Tempi di Sfessania

TEMPI DI SFESSANIA musica, danze, lazzi della Commedia dell’Arte

Questo concerto di musica, danze e lazzi sulla Commedia dell’Arte si ispira alle magnifiche stampe di Jacques Callot, artista francese vissuto tra la fine del 1500 e il primo seicento, studente d’arte a Firenze, il quale ci ha lasciato una collezione di immagini vivide, spesso licenziose eppure elegantissime, di maschere dell’epoca (Coviello, Bellosguardo, Cucurucu, Magnifico, e molte altre ancora) dal titolo oscuro di “I balli di sfessania”.

Il nome sfessania, o fescennia, si collega probabilmente a canti e danze grottesche molto popolari nell’antica Roma, che sembrano aver ispirato le rappresentazioni dei primi comici dell’Arte; noi siamo convinti però che le maschere e la pratica, anche musicale, dietro le quali si usa circoscrivere il genere di Commedia dell’Arte siano un fenomeno di proporzioni molto più vaste per origine e per discendenza e che la sua ricchezza di arte all’improvviso, per quanto riguarda i testi ma anche per la musica, consiste proprio in ciò che non è scritto.

Ma come possiamo ipotizzare che fosse questa musica “improvvisativa”? Esistono studi molto approfonditi sulla musica della Commedia che hanno delineato, attraverso citazioni e frammenti musicali all’interno dei testi e delle cronache, un repertorio vasto ma frammentario, spesso lacunoso. Sappiamo anche che alcuni degli autori musicali della Commedia erano gli stessi che ritroviamo nelle pagine della più pura e raffinata polifonia; se è vero quindi che la Commedia dell’Arte transitava indifferentemente dallo spettacolo di piazza alle corti più raffinate è possibile che gli autori, o almeno gli elaboratori, delle musiche fossero gli stessi che ritroviamo con funzione ufficiale presso queste corti.

Il compositore della Commedia “indossa” dunque la maschera e abbandona con essa i rigori della pratica ufficiale per accostarsi ad un repertorio apparentemente più scarno, un “canovaccio” sul quale elaborare la “musica all’improvviso”.

Questo repertorio si differenzia dalla ben più nota polifonia strumentale per danza poiché i suoi brani sono concepiti come semplici melodie con accordi in accompagnamento: si tratta in sostanza di “canovacci musicali” che presuppongono un’ampia e abile pratica improvvisativa. Sappiamo inoltre, da citazioni degli stessi autori, attori e cantanti (sovente riuniti in una stessa persona), che la musica vocale della Commedia, cioè quella che in effetti si inseriva nel tessuto stesso del testo (non quindi gli intermedi o i brani polifonici strutturati, che se mai sono mirabili elaborazioni “simboliche” della Commedia) era eseguita perlopiù da abili cantori con il proprio strumento. Da questa pratica scaturisce un repertorio di suoni, caratteri e idiomi che è di per se stesso un motore archetipo di tutte le commedie possibili.

Abbiamo quindi ipotizzato che questo repertorio di immagini da un lato, le immagini delle maschere, e di musica e danza dall’altro, potesse, non in quanto sottofondo o intermezzo fra il testo, vivere e rappresentare di per sé stesso la Commedia dell’Arte.

Riconosciamo nelle maschere di Sfessania, nelle maschere della Commedia, questo archetipo, come drammaturgia di immagini, azioni e musica che può fare a meno della scrittura e che rimane ancor oggi espressione perfettamente comprensibile a tutto il pubblico.